domenica 10 aprile 2011

Racconto numero 29 - La linea rossa

Racconto numero 29
La linea rossa
(L'autore rimane anonimo per favorire l'imparzialità)

Milano Cadorna.
Cairoli.
Cordusio.
La linea della metropolitana è una traccia di sangue sulla piantina della città; una traccia di sangue che scorre sottoterra, all’ombra delle fondamenta dei palazzi.
La gente, nonostante questo, cammina tranquilla. Bada alle proprie borsette, a tener per mano i figli, ad aver vidimato il biglietto. Un’altra fermata e si va in Duomo per comprare i regali di Natale, poi per i saldi d’inverno, per fare il regalo a un’amica, e via ad accalcarsi nei negozi a sudare per il caldo d’inverno e a rabbrividire per l’aria condizionata sotto zero, d’estate. A perdere tempo in coda. Minuti, ore; settimane o mesi, se li si mettesse tutti in fila.
La gente compra in continuazione; è un passatempo, quasi una mania. Fa a botte per accaparrarsi l’ultima cianfrusaglia, per riempirsi le giornate e non pensare che anche noi non siamo che tracce di sangue su questo mondo, destinati a diventare niente.
La gente è ignorante. Legata al vil denaro e all’apparenza, incapace di apprezzare le vere qualità che dovrebbe possedere un uomo.
La guardo da dietro gli occhiali spessi: prima la massa colorata che è la folla, un tutto odoroso e caotico; poi una persona per volta. Il giovane che non cede il posto alla vecchia. La donna incinta che si regge a stento, usando il grembo per passare avanti. Due bambine che litigano per una figurina, già pienamente incanalate sulla via della corruzione.


Racconto numero 28 - Ventiquattr’ore


Racconto numero 28
Ventiquattr’ore
(L'autore rimane anonimo per favorire l'imparzialità)

In un abito di tela grezza avana, Gerlando Giassa arrivò alle dieci e tredici minuti.
La sua giacca, i pantaloni e la camicia celeste parevano stirati poco prima, il Borsalino beige con la fascia marrone era impeccabile.
Scese dall'aereo con passo arrugginito e si guardò attorno, sentendo caldo e freddo allo stesso tempo.
Al contrario dei venti africani di Selinunte, secchi e caldi, questa afa era umida e pesante, faceva sudare anche uno magro come lui, poco abituato a quella sensazione.

Pietro Carinni ora si chiamava Eusebio Machado e viveva nella capitale Gaúcha da quattro anni.
Sua moglie si era già alzata, stava chiacchierando da sola in cucina.
Lui invece riusciva a dire le prime parole solo dopo qualche tazza di caffè scuro e senza zucchero.
Si lavò sommariamente e si fece la barba, poi cambiò idea e s'infilò sotto la doccia.
Sorseggiò il caffè scendendo.
Il negozio di materassi era sotto casa, nello stesso palazzo.

Gerlando si sorprese di vedere che i taxi a Porto Alegre erano rossi.
Era stanco ed aveva un po' di nausea.
Pensava al sangue che si riciclava continuamente.

Avrebbero notato tutti che era uno straniero, nessuna novità, ci era abituato, era sempre stato uno straniero anche in Italia.
Dovunque si fosse spostato, si era sentito a quel modo.
Anche a Castelvetrano, quando era stato a rivedere la sua vecchia casa paterna e ad Agrigento dove aveva una zia alla quale era assai affezionato, ma un po' rimbecillita, che non lo riconosceva mai.
In quel momento un altro taxi si affiancò al suo in mezzo al traffico del centro e dentro c'era lei: zia Carmelina che indugiò guardando verso di lui con gli occhi spalancati come faceva sempre tentando di capire chi era.
Gerlando trasalì restando ad un metro dalla faccia dell'anziana defunta.
Poi lei si mise di profilo, la sua fisionomia cambiò... e lui aveva bisogno di riposo, era molto più vulnerabile quando non dormiva le sue ore.

Racconto numero 27 - Gli occhi del soldato

Racconto numero 27
Gli occhi del soldato
(L'autore rimane anonimo per favorire l'imparzialità)

Questa è una storia che non dovrebbe essere raccontata. Non ha senso farlo, servirebbe solo a generare tremendi dubbi e spaventosi interrogativi. Ripensare agli eventi di quella notte mi riempie di angoscia. Ho sempre evitato di parlarne per non trasmettere ad altri il mio tormento. Ci ho provato a volte ma la paura e l’imbarazzo hanno sempre vinto, fino ad oggi.
Questa storia non mi ha mai abbandonato, è sempre con me, nascosta tra le dimore della mente, sopita ma sempre presente, incastonata nei ricordi di quel cammino beffardo chiamato esistenza, che volente o nolente ho dovuto compiere, guidato da uno spirito malvagio talmente crudele da fornirmi l’esperienza e la saggezza per percorrerlo quando ormai non mi restano che pochi passi per arrivare alla meta.
E una storia che in questi lunghi anni ho tenuto accanto, convivendoci come si farebbe con un vicino scomodo da cui non ci si può allontanare.
Adesso però che le forze cominciano ad abbandonarmi e passo il tempo che mi resta ad implorarne altro, ora che la malattia sta per vincermi è giunto il momento di aprire lo scrigno e lasciar venir fuori questa pena che ancora oggi mi terrorizza.
Questa è la storia di un momento, di un attimo che ha cambiato la mia essenza, il mio mondo, il mio stesso modo di percepire la realtà, condannandomi a solcare le stagioni caricato di un orrore indicibile di cui, ora, devo liberarmi.
La nebbia è scesa anche stanotte, fuori le strade sono ormai deserte, libere da quei mostri di lamiera costruiti per spostare vite. Dalla finestra del mio studio che si affaccia sul cielo aperto non riesco ad intravedere nemmeno una stella. Se ne vedevano a milioni quella notte del 1984 quando accadde l’inenarrabile.
Comiso, un paese qualunque sperduto nell’entroterra siciliano. Un municipio, alcune chiese, e case di calce bianca schiarita dal sole che picchia inesorabile nove mesi all’anno. In quel tempo vi si trovava la più importante base missilistica americana del mediterraneo, le oltre centotrenta testate presenti erano diventate operative qualche mese prima e ciò aveva comportato l’invio di decine e decine di nuovi avieri per assicurare la sorveglianza agli oltre sette chilometri di perimetro della struttura.

Racconto numero 26 - L’uomo del destino

Racconto numero 26
L’uomo del destino
(L'autore rimane anonimo per favorire l'imparzialità)

Lucille aprì la lettera con mani tremanti. Sapeva già cosa aspettarsi, eppure ogni volta la paura l’assaliva in maniera diversa. Quella sera le attanagliò la gola, arrampicandosi su per il collo fino a farle tremare le labbra di terrore, quando vergate su un’anonima carta giallo ocra lesse le parole che ormai conosceva a memoria.

“Dì le tue ultime preghiere… Schifosa sgualdrina!”

La a finale terminava con uno svolazzo, come se l’autore – o meglio l’autrice, si corresse mentalmente Lucille, mordendosi forte le labbra – volesse in qualche modo smentire la freddezza della grafia, precisa e uniforme. Sobbalzò quando sentì un paio di colpi secchi alla porta, e istintivamente portò le braccia al petto. Nemmeno la voce rassicurante di Constance, la governante, servì a placare la galoppata frenetica e rumorosa del suo cuore.
– Lady Renaud, la sua camomilla! –
Mentre l’anziana donna posava il vassoio sul comodino, Lucille pensò che non si sarebbe mai abituata a tutte quelle attenzioni. Così come non si sarebbe mai abituata a sentirsi chiamare “Lady”. Per tutta la vita avrebbe continuato a guardarsi intorno stupita, prima di arrossire come una ragazzina ricordando che ormai quel titolo le spettava di diritto.
Quando aveva deciso di sposare Bernard, era stata felice di vedere l’orgoglio negli occhi di suo padre al pensiero del lustro che il titolo di Lady avrebbe dato alla casata dei Dumont, ricchi borghesi di provincia. Non aveva certo pensato che a Parigi tutti l’avrebbero guardata con disprezzo, considerandola una miserabile parvenue, ma soprattutto non aveva pensato che Bernard le aveva chiesto di sposarlo mentre era già formalmente impegnato con un’altra.
Lucille chiuse gli occhi nel vano tentativo di trattenere le lacrime, ma non poté impedire che due rivoli sottili attraversassero le guance bollenti, finendo sulla seta del cuscino.

Racconto numero 25 - SHH

Racconto numero 25
SHH
(L'autore rimane anonimo per favorire l'imparzialità)

Ce ne fosse stato uno con un filo di pancetta o con le guance pienotte. O magari con una camicia di colore diverso dal bianco o che fosse fuori dai calzoni. Ma c’era un altro elemento che accomunava i quattro corpi a terra, in disordine sparso, chi a faccia in giù, chi in su: erano morti ammazzati. Di più: crivellati di colpi d’arma da fuoco. Chi gli aveva sparato voleva la certezza di non vederli mai più girare fra i tavoli di un ristorante, distribuendo involtini primavera o wanton o una delle altre mille ricette esotiche. Potevi non sapere dove ti trovavi – anzi, non aveva alcuna importanza : avresti detto a colpo sicuro che si trattava di camerieri cinesi. Freddati all’orario di chiusura, nell’unico locale del ristorante ‘Fiume Giallo’. Uno dei tanti di una Prato che si sarebbe potuta dire di lingua cinese, non fosse che il popolo Han è di poche parole e di molto più eloquenti silenzi. Non era mai successo, nella tranquilla città toscana: un conto è desiderare di vederle sparire, quelle formiche gialle; altro è premere il grilletto della propria esasperazione. A dire il vero, i più sfegatati sostenitori della cacciata violenta dell’invasore dagli occhi a mandorla erano i primi a condannare quella strage, a giurare che mai si sarebbero potuti spingere a tanto. Anche perché temevano l’esplosione di violenza che poteva seguirne. Ma allora…? Avvertimento della mafia cinese? Avvertimento ALLA mafia cinese? Guerra per bande? Il mistero, la paura dell’ignoto acceleravano la frequenza cardiaca della città.
Il commissario Macinotti, strappato ai suoi sogni come un’erbaccia da un prato all’inglese, più che analizzare la scena del delitto scattava con gli occhi una serie infinita di istantanee, da rivedere con calma in ufficio. Smaltito che avesse il sonno.
- Capo, e questa…? - strillò arzillo l’agente Barone: dormiva poco, lui, perché la prima parte della notte la dedicava a monitorare i siti porno-pedofili. Diceva lui.
Macinotti fotografò senza enfasi una grossa sigla, lasciata sul muro vicino all’ingresso da uno spray nero: SHH. Nessuno aveva visto né sentito niente. Il proprietario (almeno ufficiale) del ‘Fiume Giallo’ se n’era già andato a casa, come aveva annotato con falsa noncuranza il Commissario. Subito rintracciato e convocato, per lo meno aveva confermato che la misteriosa sigla non era mai stata presente sui muri del suo ristorante.